DAZI USA: dalla Section 232 ad oggi.

DAZI USA: dalla Section 232 ad oggi.

La partnership con Steel Service Group è fatta anche di scambi di idee e confronti costruttivi a proposito dell’acciaio inossidabile.

Ecco il nostro riepilogo degli eventi che hanno costellato il lungo anno che ha portato al varo dei dazi americani sull’acciaio e sull’alluminio: fateci sapere quale è il vostro punto di vista!

Nell’aprile 2017 il presidente americano Donald Trump avvia lo Steel Probe, un’indagine di mercato finalizzata a misurare il peso della concorrenza estera sui prodotti nazionali. L’input ad un controllo proveniva da alcune importanti aziende siderurgiche americane che avevano richiesto azioni di tutela del grezzo nazionale, vittima dell’import sleale.

La procedura trovava legittimazione nella Section 232, una parte del Trade Expansion Act del 1962 (governo Kennedy) che aveva consentito agli States di negoziare le tariffe doganali, significando la fine del protezionismo. La Section 232 permetteva di effettuare analisi sull’import per verificarne l’impatto sulla sicurezza nazionale, ammettendo la possibilità di ripristinare i dazi aboliti in caso di necessità.

Proprio il rischio per sicurezza nazionale preoccupava il presidente: la concorrenza sleale avrebbe potuto portare, secondo Trump, al collasso dell’industria siderurgica americana, mettendo a rischio un settore di 380’000 addetti e la capacità degli USA di produrre autonomamente materie prime per l’ambito militare, energetico e delle infrastrutture.

Non possiamo permetterci di perdere la nostra industria siderurgica

Donald Trump

Superfluo, forse, ricordare che Trump poteva così centrare il triplete dei suoi slogan: Buy American, American First e Make America Great Again.

Dall’11 gennaio 2018, giorno in cui vengono comunicati i risultati dell’indagine trascorrono poco più della metà dei 90 giorni che la presidenza aveva a disposizione per prendere una decisione: l’8 marzo, infatti, viene varato il decreto sui dazi, che entrano in vigore 15 giorni dopo.

Il provvedimento avrebbe colpito indiscriminatamente tutti i paesi esportatori – quindi non solo i concorrenti sleali, ma anche i paesi amici – con dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio.

Alle aziende consumatrici di acciaio estero venivano concessi 15 giorni per presentare richieste di deroga per prodotti specifici, il Canada e il Messico (primo e quarto tra i fornitori di acciaio per l’America[1]) vengono esentati con la condizionale (ovvero rivedere gli accordi commerciali del Nafta), mentre a tutti gli altri paesi veniva offerta la possibilità di negoziare l’esenzione sulla base della reciprocità: “do ut des”, fa sapere Trump, anche se è lui a voler dettare le condizioni e gli altri non sono disposti a trattare “sotto minaccia”.

L’opinione pubblica nazionale e internazionale si divide, i partner commerciali storici si irritano, minacciano e intraprendono azioni di retaliation.

 

Buy American, America First, Make America Great Again.

 Al termine delle trattative, prima fissato in data 1° maggio poi prorogato di un mese, i paesi che avevano raggiunto un accordo si contavano sulle dita di una mano e non si trova traccia degli alleati di sempre.

Nel frattempo, 15 associazioni, rappresentanti di più di 30’000 aziende e quasi un milione di lavoratori, avevano denunciato i possibili danni su produttività e competitività delle imprese della catena di lavorazione dell’acciaio. La stessa FED (banca centrale americana), temendo il pericolo della guerra commerciale, si era schierata apertamente contro le scelte protezionistiche del presidente.

Dopo una primavera incandescente, un’estate rovente conferma ciò che spaventava gli esperti del settore e gli economisti: la possibilità di un “botta e risposta” fatto di innalzamenti dei prezzi che interessi il mercato ben al di fuori del settore siderurgico.

A fine giugno l’AIIS (American Institute for International Steel) presenta un esposto formale contro la Section 232 ritenendola incostituzionale e chiede l’immediata revoca dei dazi; il governatore del Texas invita ad una revisione delle tariffe che in pochi mesi hanno già danneggiato il settore Oil&Gas; alcune aziende pensano a chiudere la sede americana per aggirare le barriere di retaliation, altre si trovano costrette ad alzare i prezzi al consumatore per i rincari delle materie prime e anche allevatori di maiali e coltivatori di soia sono scontenti, perché subiscono l’impatto delle rappresaglie dei paesi esteri.

Fino a fine luglio le aziende americane hanno continuato ad importare acciaio anche dai paesi soggetti ai dazi, chiedendo deroghe per alcuni prodotti, ma vengono varati dazi di rappresaglia su diversi prodotti Made-in-Usa, aumentano gli esposti al WTO e si formano nuove alleanze commerciali.

Passa meno di un mese dall’apparente distensione dei rapporti, seguita all’incontro Trump-Junker del 25 luglio, quando il presidente americano torna a minacciare l’Europa di nuove tassazioni, mentre si inasprisce la guerra dei dazi tra Cina e USA.

Al rientro dalle ferie Trump ha rivisto la sua posizione solo nei confronti del Messico, invitando l’associazione dei produttori siderurgici messicani a Washington per discutere della sostituzione dei dazi con quote di importazione.

Il 29 agosto è stato firmato, in definitiva, l’accordo per l’esenzione dai dazi sull’acciaio e sull’alluminio a vantaggio di Corea del Sud, Brasile, Argentina ed è stata ricordata la possibilità per le aziende di richiedere l’esclusione di alcuni prodotti non reperibili in territorio americano per quantità o qualità.

Ad oggi la produzione americana di acciaio ha continuato a crescere, in linea con il trend mondiale, e già a fine settembre l’obiettivo del tasso di utilizzo all’80% sembrava essere ormai una certezza (al 25/09 era al 79.5%)[2].

Forse, questa volta il fine e l’effetto – in parte – coincidono, a quali costi dobbiamo ancora verificarlo.

Per quanto riguarda l’acciaio inox si prevedono meno scosse inaspettate.

Si tratta di un materiale con alto valore aggiunto, impiegato in economie avanzate e per questo, secondo gli esperti, vedrà modificate con difficoltà le sue traiettorie commerciali, pur non rimanendo esente dal rincaro.

Aumento dei prezzi che interesserà, inevitabilmente, tanto i prodotti meno lavorati, quanto quelli di alta qualità e finitura, compresi gli acciai rigidizzati, decorati e colorati.

[1] Per i dati sulle esportazioni riportati in tutto l’articolo facciamo riferimento a Dazi USA: numeri e conseguenze, Stefano Ferrari, 09/03/2018, Siderweb.

[2] Dati Siderweb.

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